La vita è il mio viaggio. L'amore ne è meta, bagaglio, percorso.



PoesieRacconti

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giovedì 29 aprile 2010

L'UOMO DEI TULIPANI, di Lorenzo Marini


"Stai alla mia vita come il sale sta all'oceano".
Ma lui non sentiva.
La nave era già troppo lontana e loro due potevano solo vedersi.
Due figure precise in mezzo a tante ombre.
"Stai alla mia vita come il sale sta all'oceano".
Le erano fermentate nel cuore tutta la notte, erano rimaste in gola tutto il tempo della partenza, salite alla lingua durante l'ultimo abbraccio. Come sempre, anche questa volta le parole erano rimaste impigliate nella bocca. Assentia sapeva sempre cosa voleva, sapeva benissimo cosa dire, sapeva perfettamente come dirlo, ma si bloccava un attimo prima di parlare. Zitta. Così.
Parlava poco, Assentia, ma quando lo faceva erano perle.
"Stai alla mia vita come il sale sta all'oceano".
Gridato, con tutto il fiato, con tutto il cuore, con tutto il destino avverso, con tutta la disperazione che un'attesa può portare.
[...]
Parlava poco con le parole. Molto con gli occhi.
Le sue frasi d'amore più belle erano lacrime.
[...]
"Stai alla mia vita come il sale sta all'oceano".
Era diventato un urlo contro il cielo, ritornato sul mare, avvolto dalle onde, mangiato dalle acque, conservato negli abissi.
Era la dichiarazione d'amore più tenace che il porto di Amsterdam avesse mai ascoltato.
Era la dichiarazione incontrovertibile della loro unità. Erano fatti l'uno per l'altra. E niente li avrebbe separati.
Era un arrivederci. Certi anni passano come gli attimi.
Era un addio. Certi attimi non passano mai.

"Una storia vissuta quattrocento anni fa
che potrebbe rivivere domani"...

in un libro pieno di poesia, che si ama e non si dimentica.
.

venerdì 16 aprile 2010

IL FU MATTIA PASCAL, Luigi Pirandello

Luigi Pirandello (1867-1936)
premio Nobel per la letteratura nel 1934

Da “Il fu Mattia Pascal”, cap. IX

Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e provoca e aggrappa, per così dire, attorno a sé. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell’oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi e che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e è formata dai nostri ricordi.

Luigi Pirandello, col suo “Il fu Mattia Pascal” è stato il mio primo grande amore letterario, e come tale non potrà mai essere rimpiazzato nel mio cuore. Certo ho amato altri scrittori e altri romanzi, ma mai allo stesso modo. Mai come con Pirandello ho avvertito, nel leggere, la stessa sintonia coi sentimenti di un autore...

Da “Il fu Mattia Pascal”, cap. II

Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gira e gira, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio, ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente.Oramai noi ci siamo adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni; e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico della nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci, ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra poverina stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così noiosi come adesso. Basta. Parecchie migliaia di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più? Don Eligio Pellegrinotto, mi fa però osservare che, per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l’uomo si distrae facilmente. […] Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.


A proposito di Mattia Pascal (o Adriano Meis che dir si voglia)...
guardate che bella questa lezioncina!!


lunedì 12 aprile 2010

L'amore immobile

Algida cima, svettava
in un valzer di petali, appesi
al fiato gelido
del suo sbadiglio stanco

che atterravano mesti, lenti e cauti,
con ticchettio inudibile, incolore.

Lei nel silenzio, impassibile
a spogliare margherite
nell’ombra tersa e leggera
di un azzurro limpido, improbabile

col fare assorto ed austero di chi
non potendo scegliere
pensa che tutti debbano tacere
e per questo, non ascolta.

Lo specchio di Lui
grigio aereo, impenetrabile
scrosciò in pianto incolpevole
rabbioso

e le Sue rughe sputavano, al vento
il sale la schiuma e il rancore
sciogliendo in nulla, il tenue sussurro
di remoti timidi marosi.

Poi l’aria Li avvolse
cerulea, improvvisa.
Smorzò la furia del Mare, vociante
Accese la pace, muta, della Montagna

E nel cielo aperto, si amarono

Lei, e la sua arrivabile quiete
Lui, e i suoi complicati sospiri
Entrambi vivi
Entrambi immobili.
.

mercoledì 7 aprile 2010

All'ombra, Stefano Santarsiere


Ho conosciuto Stefano Santarsiere per caso, qui in rete, nel Dicembre 2008.
Leggendo il suo "All'ombra", racconto tra i finalisti del concorso letterario di Microcosmo Creativo, ho subito pensato che Stefano meritasse di vincere. E anche ora, a distanza di oltre un anno, conservo intatta nel mio cuore l’emozione suscitata in me da quella lettura, quasi come se mi fosse appartenuta.
Oggi voglio condividerla con voi.
Questo brano mi ha colpito per lo stile immediato e al tempo stesso profondamente evocativo, per la sensibilità e la passione che traspaiono da ogni riga, per la capacità dell’autore di trasmettere emozioni ed emozionare. “All’ombra” non è soltanto una storia d’amore, ma anche un invito a riflettere sull’umanità, sullo strazio della guerra, sull’importanza e l’immortalità dei valori semplici e delle piccole cose...

All’ombra.
Una storia d’amore.

Io mi siedo e osservo.
Lo faccio per intervalli lunghissimi. Per ore, per giorni interi.
Mi sistemo la sedia davanti alla porta di casa. Le persone attraversano la strada di fronte a passo veloce o con aria svagata. Se si incontrano si fermano a scambiare due parole. Poi vanno via. Alcuni indugiano all’ombra del vecchio olmo; in questa stagione fa molto caldo.
Si tolgono il cappello e si sventolano la faccia come se oltre al sudore volessero asciugare la fatica. Quella fatica di vivere che io non sento più.
Non fanno caso a me, che osservo. Hanno smesso di prestarmi attenzione anni fa. C’è stato un tempo in cui ero proprio come loro: andavo dappertutto e spesso mi fermavo all’ombra di quest’olmo per riposare un poco. Ogni cosa aveva un aspetto diverso. Le strade correvano sotto i miei piedi come stelle comete. Le facciate delle case, le colline dietro il paese, ogni cosa formava un quadro dinamico e indistinto al quale non gettavo mai uno sguardo in più. Le persone popolavano questo mondo come pesci guizzanti: entravano e uscivano da esso con la rapidità generata dalla mia e dalla loro frenesia.Adesso dipende tutto da loro. Vanno e vengono a proprio gusto, perché io resto fermo a osservare. Sempre. Fin quando gli occhi mi lacrimano e le immagini si accumulano sul mio cuore come foglie secche, soffocandolo.
Mi alzo soltanto per aprire il mio vecchio coltello. Quello con il manico di legno che usavo da ragazzo, al pascolo, per tagliarmi il pane. La lama si è fatta sottile e opaca proprio come la mia faccia. Ma ha ancora la forza di raccogliere la luce in riflessi bruniti. Di radunarla sul filo del taglio. E di trasformarla nel vigore necessario per incidere la corteccia dell’olmo.Piccoli tagli. L’uno di seguito all’altro.
A volte mi concentro sugli anni trascorsi e devo fare uno sforzo per accettare che siano così tanti. Perché ricordo ogni cosa.
Ad esempio il giorno di pentecoste, quando indossavo i pantaloni neri e papà mi portava in chiesa. Il paese era pieno di soffioni, nell’aria un intenso profumo di bella stagione. Credevo che quel mondo, quell’aria, non dovessero mai cambiare. Mai smettere di profumare dei gladioli e delle rose fiorite che la gente metteva alle finestre.Ricordo il giorno che i tuoi occhi si aprirono la prima volta su di me. Quanto tempo era trascorso senza che tu vincessi il pudore di guardarmi davanti a tutti, in chiesa o per la strada. E poi, quel giorno di maggio, il sole diventò due volte più luminoso.
Ero al pascolo, come sempre, quando ti vidi in fondo alla strada col cestino in mano. Così all’improvviso che pensai di sognare.
Venivi a dirmi che eri preoccupata per me, perché era scoppiata la guerra.Ma che importava? Avrebbero potuto scoppiarne mille, di guerre, se ciò serviva a portarti lassù, in quel campo solitario dove trascorrevo i miei giorni a pensarti, a immaginare il tuo volto all’ombra dell’olmo.
Altri tagli. Uno vicino all’altro.
Non avevo mai disprezzato la solitudine. Anzi, trovavo rassicurante passare buona parte della giornata privo di compagnie. Ma dopo quel mattino che sei venuta al pascolo, ogni minuto trascorso senza di te mi risultava insopportabile. Sei stata tu a insegnarmi a osservare. “Che bello il colore del fieno dopo la pioggia,” dicevi. Come se il miracolo di un acquazzone valesse i racconti di cento vangeli. “Guarda come brillano i fiori di pioppo lungo il fiume!”
Prendevo i tuoi inviti a cogliere i particolari del mondo come incentivi a esserti degno. E allora scrutavo ossessivamente ogni cosa che tu mi indicavi: gli steli secchi del campo, la nuvola che spuntava dietro la collina, il ronzio del calabrone. Per ciascun oggetto mi sforzavo di esprimere un commento che fosse all’altezza del tuo entusiasmo, e per facilitarmi il compito, dentro di me pensavo che quella cosa eri tu. Tutti quei particolari diventavano piccoli tesori, cose troppo belle per essere ignorate.
Proprio come te.
E così, gli oggetti che circondavano la nostra solitudine divennero il tramite che ci rese sempre più vicini. In essi si riflettevano i nostri sentimenti, e si amplificavano i desideri che non osavamo confessare.
Ricordo la sorpresa che provai quando mi rivelasti che il terreno di fianco al pascolo apparteneva alla tua famiglia. Proprio lì avremmo costruito la nostra casa dopo il matrimonio. A tre metri dall’olmo.
Altri tagli.
Con il mio vecchio coltello.
La speranza che il mondo non dovesse mai cambiare sembrava resistere anche nei primi anni della guerra. Di quel dolore così immane che era calato sull’umanità, in paese sentivamo solo un’eco lontana, portata dai racconti dei reduci o dalla mitologia di chi possedeva una radio in casa. Ma l’aria profumava meno. La povertà ingrandiva gli occhi delle persone, e in essi si manifestava il timore verso il futuro.
Lo stesso timore che vidi esplodere nei tuoi quando un anno dopo giunse la lettera.Di nuovo tagli.
Di nuovo.
Ecco, amore mio. Non devi dubitare di noi. Mi hai accompagnato in ogni strada che ho percorso. Ho amato te, e per il tuo tramite ho amato la vita anche nel buio e nel freddo. In silenzio mi bastava stringere una mano per sentire il calore delle tue dita.
Tu ci sei ancora. A volte esci di casa e mi passi davanti, gravata dai decenni in cui hai conservato il ricordo, specchiandolo in una fotografia scattata un’ora prima che partissi per il fronte. E non hai mai tolto gli abiti neri.
Ma la verità è in questo luogo, proprio davanti alla nostra casa. Nel tronco del nostro caro olmo. Ed è in esso che voglio scriverla a te, e al mondo in cui ancora sei, incidendo l’ultimo taglio con il mio vecchio coltello:
‘Io sono sempre stato qui.’

Stefano Santarsiere, nato il 21 luglio 1974, vive e lavora a Bologna.
Ha sostenuto il suo apprendistato sui classici della letteratura, soprattutto i romanzi francesi e russi, e sulle grandi opere del fantastico e del gotico. Ha altresì sfiorato diversi mondi letterari, come la letteratura nordamericana o il realismo magico, senza trascurare i capisaldi italiani e meridionali. Il genere che tuttavia preferisce è il noir, che nelle sue attuali e innumerevoli versioni sembra il più adatto a rappresentare paure e miserie umane.
Le sue pubblicazioni:
L’arte di Khem (romanzo, Edizioni Pendragon, 2005)
La cirasa (racconto, in “Tutto il nero dell’Italia”, Noubs Edizioni, 2007)
Soluzione finale (racconto, in “GialloScacchi-racconti di sangue e di mistero, Edizioni Ediscere, 2008)
All’ombra (racconto, in “Pascoli è precario”, Edizioni Bohumil, 2008)
.

giovedì 1 aprile 2010

In un tempo calmo, Maria Gervasio


Da "Sono così fragili le menti"

(della raccolta "In un tempo calmo" di Maria Gervasio, Bohumil Edizioni)

http://www.bohumil.it/gervasio.htm

(...)
abbiamo retto momenti peggiori
abbiamo atteso, piano
che si attutissero i rumori di fuori
quel sordo tonfo a volte
ma ci si abitua a tutto si dice
e come è vero
alla cenere di più che non al fuoco acceso e caldo
(...)

Un gioiello prezioso, la poesia di Maria Gervasio.

Nella misura di canto che mantiene sempre, la poesia della Gervasio non si risparmia, né risparmia quel che incontra e che non si conforma a un'idea, un ideale alto e esigente nei confronti del mondo, e di chi ci vive. (...) Una poesia tanto leggibile quanto profonda, tanto cantabile nel ritmo quanto petrosa nell'asprezza di certi passaggi.”
(cit. presentazione della raccolta “In un tempo calmo”, Bohumil Edizioni, marzo 2007)
.
Che dire? ... concordo!
.
Sono così fragili le menti
i corpi così confusi
nei giorni di pioggia obliqua contro i muri
ci fermiamo ad osservare
la terra che si fa pesante
assorbe acqua,
in un tempo fermo
di ombrelli sgocciolanti
di scarpe sporche e segatura
che si appiccica alle suole
che si sparge ovunque sulla strada,
ogni volta ti guardo
guardo che ti lascio andare
.
mia bella signora, meraviglia
schiudi per me la bocca
fammi sentire il fiato
il respiro umido
lasciati guardare,
il lupo della Sila se t'incontra
si sdraia come un cucciolo e ti guarda
tu gli sorridi, giochi
e il mio corpo si ferma per salvarsi
.
un suono basso accompagna i pomeriggi
dopo un po' quasi non lo si sente
un unico tamburo batte cupo il tempo
scandisce il ritmo guida le fila
siamo in molti qui fuori a chiederci le cose
.
eppure un giorno ci hanno sfiorato le orecchie
perché potessimo sentire, e la bocca
perché imparassimo a parlare a dire
e si pregava a mani aperte
come a raccogliere acqua da una fonte
.
qualcuno mi dirà come dovremo fare
ancora mi addormento a pugni chiusi
le ginocchia piegate contro il ventre
.
ma non passa più di qui il tamburino
che torna dalla guerra
con la divisa e le mostrine sporche
guida la marcia dei soldati feriti stanchi
batte il passo ai fantasmi
.
se lo vedessimo passare
se solo smettesse di piovere
e questo battere continuo di tamburi
se smettesse
adesso
.
dietro le grate di un manicomio chiuso
qualcuno chiede se siamo in molti qui, fuori
rispondo che sì che siamo tanti
che eravamo felici
venivi ogni volta a cercarmi e mi seguivi
ma avevi gambe pesanti
e tutti gli anni addosso a rallentarti il passo
e io correvo
.
abbiamo retto momenti peggiori
abbiamo atteso, piano
che si attutissero i rumori di fuori
quel sordo tonfo a volte
ma ci si abitua a tutto si dice
e come è vero
alla cenere di più che non al fuoco acceso e caldo
a questa polvere ovunque sulle cose
che ora entra negli occhi senza dar fastidio
senza nemmeno un battito di ciglia
appena sopra un cuore freddo
se il tempo del lavoro è lungo
è anestesia
se il tempo dell'amore e del coraggio non importa
e il resto accade altrove
se non sono io
.
Bologna delle cinque, buia
e la stanchezza
un tardo autunno nella piazza
adagio i passi, lenti
in tempo per respiri lunghi
ora non piove è quasi nebbia
l'aria di un sospiro è quasi fumo
l'umido entra in gola e tra i capelli
ma un drago enorme e bianco appare e danza
di pura luce si alza e tende il collo
oh meraviglia!
si china fino a terra e poi ancora e sale
la musica dei saltimbanchi sul sagrato
gli acrobati sui trampoli
i costumi colorati, i cani
i cani che lo seguono annusando
affamati abbaiano alla strada, al drago
che si alza bianco
bianco contro il cielo.
.

sabato 27 marzo 2010

Gabriel Garcìa Màrquez


1928 - vivente
Premio Nobel per la letteratura (1982)

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.

Si apre così, la storia dell’amore impossibile tra Florentino Ariza e Fermina Daza: col dottor Juvenal Urbino alle prese con un suicidio d’amore consumato col cianuro;

e si conclude mezzo secolo dopo con un viaggio, interminabile, su un battello in quarantena:

Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi fulgori di una brina invernale. Poi guardò Florentino Ariza, la sua padronanza invincibile, il suo amore impavido, e lo turbò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
"E fino a quando crede che possiamo continuare con questo andirivieni del cazzo?" gli domandò.
Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatre anni sette mesi e undici giorni, notti comprese.
"Per tutta la vita" disse.
.
Penso di poter affermare, senza esagerare, che L’amore ai tempi del colera sia un vero e proprio capolavoro.
Un romanzo perfetto, oserei dire, uno dei libri che più ho amato e senza dubbio il mio preferito, tra le opere che ho letto di Garcìa Màrquez.
Forse, tra le mie letture, anche quella che in assoluto mi ha più segnata.
Romanzo antiromantico delicatamente arguto, graziosamente ironi-comico, dolcemente tragico... assolutamente da leggere, per scoprire o riscoprire l’amore in tutte le sue forme, ad ogni età.
.
E, come accade per (quasi) tutti i capolavori letterari (e non solo!), ovviamente dal libro doveva nascere un film.
Sinceramente non l'ho visto, e non so ancora se mai mi azzarderò a farlo. Rischierei forse di "contaminare" l'idea che mi sono fatta dei personaggi, snaturando o perdendo per sempre i miei ricordi, le sensazioni...


Ricordando questa magnifica opera di Màrquez, vorrei oggi proporvi un brano molto bello e profondo, noto come "Testamento spirituale" e attribuito allo scrittore colombiano.
Semplicemente... poetico.

Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un poco di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, però in definitiva penserei tutto quello che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.
Dormirei poco, sognerei di più, capirei che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce.
Andrei avanti quando gli altri si fermano, mi sveglierei quando gli altri dormono.
Ascolterei quando gli altri parlano, e come gusterei un buon gelato al cioccolato!
Se Dio mi regalasse un poco di vita, vestirei in modo semplice, mi butterei a terra al sole, lasciando allo scoperto, non soltanto il mio corpo ma anche la mia anima.
Mio Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio, e aspetterei che uscisse il sole.
Dipingerei con un sogno di Van Gogh sulle stelle un poema di Benedetti, e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.
Innaffierei con le mie lacrime le rose per sentire il dolore delle loro spine, e l’incarnato bacio dei suoi petali...
Mio Dio, se io avessi un poco di vita...
Non lascerei passare un solo giorno senza dire alle persone che le amo, che gli voglio bene.
Convincerei ogni donna o uomo che sono i miei preferiti e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini proverei quanto si sbagliano quando pensano che smettono di innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi!
A un bambino gli darei le ali, però lascerei che da solo imparasse a volare.
Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con la dimenticanza.
Tante cose ho imparato da voi, gli uomini...
Ho imparato che tutto il mondo vuole vivere nella cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel modo di salire la scarpata.
Ho imparato che quando un bambino appena nato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo mantiene intrappolato per sempre.
Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro dall’alto, solo quando lo aiuta ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, però realmente a molto non serviranno, perché quando mi metteranno dentro quella valigia, infelicemente starò morendo.
.


martedì 23 marzo 2010

A primavera


La Primavera è, per antonomasia, molto più di una semplice stagione.
Simbolo di giovinezza, spontaneità, freschezza.
Del fiorire e rifiorire di emozioni.
Del nascere e rinascere di sensualità, fragranze, dolcezze.
Del risveglio della natura, col suo trionfo di colori, profumi, e non solo...
Come la Primavera di questi versi, che risalgono alla mia adolescenza.

Nell’aria dipinta dal gelo
tra steli di nebbia e rugiada
sussurra una voce velata
nel magico bianco mistero.

Coprendosi pudica ascolta
la terra nel candido manto,
la bacia il calore del giorno
se l’alba ne annuncia il ritorno.

Non primule libere al sole,
ché il vento le punge e imprigiona
ma un giorno, gioiose, verranno...

nel vento caldo

la sua violenza

le sue carezze.
.

lunedì 22 marzo 2010

Alda Merini



Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Il 21 marzo del 1931 nasceva a Milano la "poetessa dei Navigli" Alda Merini, scomparsa nel 2009. In occasione della ricorrenza della sua nascita, a lei e alla sua "straordinaria follia" vorrei dedicare il mio pensiero. Un piccolo, umile omaggio ad una donna da ricordare, oltre che per i suoi versi, anche per la sua grande audacia, originalità, irriverenza.


Ho conosciuto in te le meraviglie

meraviglie d'amore sì scoperte

che parevano a me delle conchiglie

ove odoravo il mare e le deserte

spiagge corrive e lì dentro l'amore

mi son persa come alla bufera

sempre tenendo fermo questo cuore

che (ben sapevo) amava una chimera.

...

sabato 20 marzo 2010

Il mio libro recensito su...

Grazie al forum di Scrittori d'Italia e al contest "La Trinità",
ora "La metà di credere" è recensito anche su Fragmenta
(rerum vulgarium emagazine)

... accanto a titoli e autori di tutto rispetto!!


giovedì 18 marzo 2010

Primo posto nel 2° contest de "La trinità"!


WOW, che bellissima emozione!!
Oggi ho saputo di essere la vincitrice del 2° contest "La Trinità", organizzato dal forum di Scrittori d'Italia http://scrittoriditalia.forumfree.it/ scaduto ieri pomeriggio.
Questo significa che:
- il mio "La metà di credere" sarà posizionato in cima alla TagBoard del forum;
- cliccando sulla copertina del libro ci sarà il link diretto ad IBS.it o a una mia pagina personale (questo blog, suppongo);
- sarò recensita dal sito http://www.fragmenta.it/ (sito enciclopedico di libri, film e canzoni);
- fino al termine del prossimo contest de "La Trinità" avrò uno spazio laterale nel blog Imho Blurp!;
- entrerò a far parte del gruppo "And the winner is..."
E tutto questo non è poco, perciò...
UN GRAZIE, DAL CUORE, A TUTTI QUELLI CHE MI HANNO VOTATA!
E ora, per voi che vi siete imbattuti in questo mio piccolo spazio nella rete, mi sembra doveroso riportare l'estratto con il quale ho partecipato... un assaggino del mio libro e delle vicende di Perseo. Buona lettura!
...

L’una del pomeriggio.

Non si vede nessuno, a quest’ora.
I bambini riposano, dopo il pranzo; gli insegnanti sono in pausa, gli inservienti a rigovernare.
Solo i miei passi. Che calpestano le fughe, dritte e grigie, distese tra i marmi. I miei passi che rimbalzano, riecheggiano; e scalfiscono, lampi sonori, quest’ombra satura di vernice.
Una fila di finestre, a sinistra; affacciate sul giardino, quello della quiete. Le imposte chiuse, forse per il caldo.
Una fila di porte, a destra: tre aule, la direzione, l’infermeria. E oscurità, che sgattaiola da quelle stanze.
Poi qualche spada di luce, là in fondo; a destra oltre le aule, la direzione, l’infermeria. Che da una porta schiusa si allunga a ferire, silenziosa, la penombra ovattata del corridoio vuoto. La raggiungo.
Quattro gradini a scendere, al giardino dei giochi, e alla luce. Mi fermo sull’uscio, a farmi ancora avvolgere dall’abbraccio piacevole del tunnel semioscuro.
Apro la porta, a metà. È accecante, la calura del giardino.
Mi sporgo un poco, ma cauto; aggrappato alla maniglia, come a un appiglio salvifico sull’orlo di un precipizio.

Niente è cambiato, qui.
Soltanto un po’ più grande, la magnolia. Stesse foglie arrugginite, tirate a lucido; rilucenti, nelle onde timide della canicola. Soltanto un po’ più piccolo, il giardino. Stessi colori, stessi odori, stessi suoni.
...
Un canto in crescendo, un coro. Di bambini. Che cantano e ridono, e saltano; battono le manine. Guariti, forse. Che bello.

Non ci sono.
... ma io li sento...
Ora riposano, i bambini.

Non ci sono, a quest’ora.
... ma io li vedo...
Non qui in giardino.

Eccoli.
Tutti in cerchio, una bimba in centro. Con la benda sugli occhi, annodata dietro, tra i suoi codini color rame. Tutte in cerchio, piccole testoline; una su e una giù, come merletti sulla torre di un castello. Tutti uguali, soldatini e bamboline; divisa blu. Camicia bianca e calzoncini, gonna le bambine. Una testa su una testa giù, una bionda una castana. Quella in centro, rossa. Si tengono per mano e girano, girano in tondo; girano e cantano. La bambina immobile, al centro. Le braccia lungo i fianchi, un po’ sollevate, come un cavatappi avvitato a metà nel sughero di una bottiglia di spumante.

Non ci sono.
Ma li sento, li vedo.
Forse è il caldo.
Che inganna occhi, orecchi e mente. Che svuota i polmoni, sanguigni. Che fa sudare la memoria, sanguinante.
Che mi divora l’aria, non respiro.

C’è un bambino in disparte, accanto alla magnolia
. Accovacciato. Sta guardando qualcosa, lì in terra.
Si inginocchia, siede sui talloni. Con le mani, esplora tra le zolle.
Abbandono il mio appiglio, sulla porta. Anche se non respiro, e la mia testa gira, e l’aria ondeggia. Trasparente, nella canicola.
Fitta alla gamba, la destra. Quel dolore, il solito.

Scendo cauto, i quattro gradini. Niente più ombra; ormai sono nell’afa, accecante, del giardino.
Cammino veloce verso il bambin
o, mi chino.
Cosa sta facendo.
Davanti a lui un minuscolo vulcano di terra smossa, una fila sbisciolante di operose formichine; e un mucchietto di semi, lì vicino.
Ecco cosa fa, aiuta le formich
e.
Vorrei parlargli, dirgli che anch’io facevo quel gioco, da bambino. Che con Priscilla le aiutavo sempre, le formichine; ammonticchiando semi accanto al formicaio.
Ma lui non si volta, continua il suo lavoro come non ci fossi. Ed io non oso disturbarlo, e non so come chiamarlo.
Come si chiama.
Lui non mi guarda, o non mi vede.

...
Sento uno sguardo e sollevo la schiena, mi guardo intorno.
Niente più coro, niente più bambini in tondo, niente bambina in centro.

Solo una bambola. A terra, seduta. Sorretta sulla schiena dal tronco scuro della magnolia.
Una bambola bionda di porcellana, con grandi occhi verdi di vetro e una palpebra abbassata a metà; un bel vestitino a fiori, le scarpine lucide, il cappellino con la tesa orlata di pizzo.
«Signore... signore!» una voce di donna, strillante, dall’orlo del precipizio. Mi volto.
Viene verso di me, con piglio deciso e l’aria seccata. I pugni serrati, minacciosa.
«Cosa sta cercando, qui?»
Stendo il braccio, il destro. In direzione della magnolia.
«... il bambino... » sussurro, a fatica.
«Quale bambino?»
Mi volto, con gli occhi cerco il bambino delle formiche. Niente.
Abbasso lo sguardo, cerco il formicaio e la fila di formiche. Niente.
Alzo lo sguardo, verso la bambola. Mi sorride.

Mi volto verso la donna.
È più alta di me, più giovane, aggraziata. Ma sembra irritata.
«Quale bambino, scusi... chi sta cercando? Non è orario di visita, chi l’ha fatta entrare?»
«Quel ciccione sudaticcio, ottuso e beota di portiere in letargo... con quell’idiota di guardiano imbambolato... » vorrei rispondere.
«... sono entrato... la portineria... » biascico invece, a denti stretti. E le porgo con diligenza il cartellino plastificato con la scritta “visitatore”, che ho messo in tasca prima di entrare.
Lei lo guarda. Poi mi guarda, lasciando fiorire un mezzo sorriso sulle sue labbra graziose.
Sembra più distesa, sembra aver capito.
«Non è orario di visita, adesso; deve aspettare le sedici, purtroppo... venga dentro, qua fa caldo...» si volta e procede, a passo svelto, verso i gradini.
Io invece resto lì, accanto alla magnolia.
Non riesco a muovermi, non respiro. Resto lì paralizzato, all’ombra dell’albero. Senza il bambino, senza i bambini.
Ma dove sono.
Li cerco ancora, con lo sguardo, ma niente.
Mi volto, è sparita anche la bambola.
E ormai non c’è più aria,
continuo a non respirare.
La donna intanto ha salito i gradini e mi guarda, con la mano appoggiata alla porta. Mi fa cenno di raggiungerla.
Provo a respirare e ce la faccio, mi muovo, cammino verso di lei. Come picchia, questo sole. Almeno venti passi, ai gradini. Come vent’anni, per me. Ma ce la faccio, la raggiungo.
«Si sente bene?»
Tento di sorridere. Annuisco.
Chiude la porta, alle nostre spalle.
Buio.
Allunga una mano.
Luce.
Cammina veloce verso la parete opposta. Si appoggia al davanzale, sporgendosi un poco. Apre leggermente una delle imposte, verso il giardino della quiete.
Viene verso di me, quasi mi sfiora. Spegne la luce.
Penombra.
«Chi è venuto a trovare?»
Bella domanda, non ho una risposta.
Si aspetta un nome, il nome di un bambino. Invece no, non cerco un bambino. Cerco Priscilla, che è scomparsa e certamente non è qua. Non può essere qua, lo so. Non sono preparato, a questa domanda, non so che dire. Ma cosa pensavo, venendo qua. Cosa speravo mi dicessero. Devo pur chiedere, qualcosa. Devo sapere.
Intanto la donna aspetta, e mi guarda.
Silenzio.
«Allora... chi cerca? » sembra nuovamente spazientita.
«Cercavo... cerco Priscilla, l’insegnante... »
Ecco, l’ho detto. Adesso sentiamo, cosa risponde. Sentiamo qual è, la scusa ufficiale.
«Priscilla... » ripete.
«Priscilla.»
Ecco, io l’ho detto. E ora mi dirà «…ma come, non ha saputo... l’incidente... »; oppure «... si è trasferita, non so dove lavori, adesso...»
La guardo, così graziosa e gentile. Mentre lei, gli occhi bassi, rovista con la solita grinta nei cassetti della sua mente.
«Priscilla... e di cognome?»
«... dell’Olmo... Lavo... lavora qua... »
Ecco, giusto “lavora”, non... “lavorava”. Non devo saperlo, che non è qua. Altrimenti perché, dovrei cercarla. Sì... “lavora” e non...“lavorava”.
«Dev’esserci un errore, sa? Questa signora... Priscilla... non lavora con noi.»
«Ma certo, insegna in questo Istituto... » insisto.
Devo insistere. Devo sembrare convinto.
«Le ripeto di no, signore. La sua amica non lavora, qua con noi» e si volta, seccata.
Si dirige a passi svelti verso la scrivania, in fondo al corridoio. Io la seguo, devo insistere.
«... ma sono già venuto, a trovarla... » la mia voce però non è ferma come vorrei, e sento quella fitta al ginocchio, il destro, e respiro a fatica.
«Non ha mai lavorato in questa Scuola, signore... » mentre finge di riordinare la scrivania, incurante del mio ansimare.
«... almeno, non negli ultimi dodici anni... io lavoro qua da dodici anni... lei quando è venuto, l’altra volta ?»
Quando? Non lo so, quando...
«L’anno scorso... in primavera...» ma la mia voce vacilla, ed io ancora non respiro, e mi affanno.
«Per favore... non ho tempo da perdere... » ora è proprio irritata. Mi indica l’uscita, con un cenno della mano.
«... non so perché lei sia qui, ma questa storia non mi piace. La prego di andarsene. Subito.»
«Le dico che lavora... posso parlare con il Direttore?»
«Il Direttore non è in sede, oggi. Deve chiamare dopo ferragosto... » e il suo tono è severo, adesso.
Si china sulla scrivania e scrive un nome, a matita; su un biglietto da visita con l’indirizzo della scuola. Me lo porge.
«... chiami questo numero, e chieda un appuntamento. E ora vada, per favore... non mi costringa a chiamare la sicurezza.»
«Quale sicurezza, cara? Ti riferisci a quel bell’imbusto con la divisa impeccabile e la testolina bacata di un tacchino imbalsamato? O a quel grassone del suo amico, salciccioso e unto, che si rotola nel sonno russando come un trombone?» vorrei risponderle.
«... mi scusi tanto, del disturbo. Chiamerò dopo ferragosto... senz’altro... » le rispondo, invece.
Poi mi volto, sconfitto. E mi affretto verso l’uscita. Un po’ zoppicando, e respirando a fatica.
Chiudo gli occhi, vorrei scappare, vorrei sparire.
Ho fatto la figura del cretino, o del pazzo, o anche peggio.
Mi fermo davanti alla porta, prima di uscire.
Mi volto e la guardo, sforzandomi di sorridere. Nonostante la figuraccia, e nonostante la sconfitta.
Vorrei sembrarle gentile.
«... mi scusi... »

sabato 13 marzo 2010

Dove trovare il mio libro


Potete trovare il mio libro presso:

LIBRERIA L'ARCADE
Piazza Matteotti, 13 – Cernusco sul Naviglio (MI)

LIBRERIA EQUILIBRI
Via Rodolfo Farneti, 11 – Milano

LIBRERIA DANTE
Via della Repubblica, 6 – Imperia

Inoltre:
Reperibile su richiesta (entro 7/10 giorni) in tutte le librerie italiane, oppure acquistabile su
www.ilgiralibro.com http://www.ilclubdeilettori.com/risultati.aspx?keywords=sabrina+calzia
www.ibs.it http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=sabrina+calzia
e nelle migliori librerie online

Buona lettura!

Versi da "Ossi di seppia", Eugenio Montale


Forse un mattino andando in un'aria di vetro
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


Nulla è più grande della rivelazione. Della scoperta di una verità altra, che si cela oltre la muraglia ottusa e ingannevole del mondo empirico sotto i nostri occhi.
Verità che per Montale, nei suoi Ossi di seppia, si rivela nell'esperienza dell'irrealtà del mondo.
E' una verità sofferta, come una vertigine spaventosa, ma al tempo stesso accolta come una conquista, un vero e proprio miracolo. Un segreto da custodire gelosamente, raro e prezioso privilegio, per proseguire in silenzio il proprio cammino; in mezzo all'indifferenza e alla superficialità dei tanti. Che colgono solo l'inganno, ma non lo sanno e perciò non si voltano... a scoprire la vera essenza di ciò che, lungi dall'essere reale, semplicemente appare, ai più, come tale.
Stupenda.

giovedì 25 febbraio 2010

Kung Fu Panda - Un film ricco di poesia!


Oggi ho voluto citare il cartone di Po, il simpatico ed esilarante panda grassottello della DreamWorks.
Perché penso che la storia, tenerissima, dell’aspirante guerriero un po’ imbranato narrata nel notissimo e avvincente film di animazione, sia un mix ben bilanciato di tenerezza, fantasia, divertimento. Sapientemente arricchito, oltretutto, di insegnamenti morali e significati profondi, che emergono dalla narrazione in modo assolutamente lieve, mai pesante.

Dal film è possibile cogliere, molto chiaramente, cinque messaggi fondamentali:
- l’importanza della fiducia, in se stessi e negli altri;
- la ricchezza che occorre saper cogliere nella saggezza degli anziani e negli insegnamenti dei genitori;
- la possibilità di “plasmare” il destino in base alle proprie aspirazioni, facendo leva su volontà e determinazione;
- spesso le apparenze ingannano, è importante esaminare più a fondo ciò che ci circonda, senza fermarsi alla superficie;
- a volte i difetti possono diventare pregi, se si parte da questi per migliorarsi.

Oltre che un piacevolissimo modo per trascorrere un pomeriggio, il cartone di Kung Fu Panda è quindi, a mio parere, un’opera ricca di significato, emozione, sentimento.
Insomma, una storia che è anche... POESIA! E che, senza dubbio, può essere apprezzata dai “bambini” di ogni età.
Per questo ho voluto regalare un assaggino del film, a chi ancora non lo conosce; e un’occasione di ricordo a chi invece, come me, lo ha visto e amato!

Vorrei ora concludere citando una frase molto bella del saggio maestro Oogway, la vecchia tartaruga che ha creato il kung fu:

“Ieri è storia, domani è mistero, ma oggi è un dono...
per questo si chiama presente!”.

BUONA VISIONE!


Bookino parla del mio libro!

Soldati, di Giuseppe Ungaretti



Breve, incisiva.
Splendida.
Non occorre aggiungere altro.

Soldati
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.

lunedì 22 febbraio 2010

La piana dei cavalli bradi


















Claudio Baglioni è il mio cantante preferito da sempre.
Mi piace da la sua voce perché riesce a farmi vibrare dentro, mi piace lui come persona per la sua indole riservata, mi piace il suo bellissimo animo di poeta.
Riesce sempre a stupirmi e incantarmi, la poesia di certe sue canzoni.
Poesia che, tutt'altro che svilita dall'essere "musica leggera", è anzi esaltata e completata dalla melodia che, come un'onda, la culla e trasporta in maniera (a mio modo di vedere) assolutamente perfetta...
Questa mattina mi sono svegliata con questa meraviglia in testa:

La piana dei cavalli bradi
[Claudio Baglioni]

nervi lisci di cavalli a sfaticare sere
a calmarci di sudore in fiaccole di gelo
inutilità di foglie stupide e leggere
nubi di bucato sugli stenditoi del cielo
come è duro essere nuovi avere un'altra storia
io ti amai con noncuranza senza mai uno scopo
i ricordi sono acqua e l'acqua è memoria
il dolore è sforzo e vino uccide il giorno dopo
vento di girandole in mezzo alle immondizie
mi fa freddo così tanto da cercarti adesso
e ad un certo punto andare e non dar più notizie
solo in compagnia di se e chiedere il permesso
per essere te stesso
mai non odiarmi mai
se mi allontanai perché potessi appartenerti
mai non ti ho vissuto mai
e ti rinunciai già rassegnato a non saperti
quanti addii che immaginai
facchini e treni a sbuffare intorno
e tavoli di avanzi in un viavai di camerieri
un fiammingo sole sta per inchiodare il giorno
rondini croci d'autunno infilano pensieri
guizzi in occhi di cavalli laghi nero fondo
anime di ombre nell'attesa delle stalle
è un'immensa sala in cui aspettiamo questo mondo
il futuro è qui davanti o già dietro le spalle
chiuderò la porta a far star bene la tua assenza
ci sarà fedele sempre il cane del rimorso
i cavalli origliano quest'aria di impazienza
a metà della speranza io cambiai percorso
e poi non ho più corso
mai non odiarmi mai
io mi allontanai perché potessi raccontarti
mai non ti ho vissuto mai
e ti rinunciai già rassegnato a ripensarti
sudai di sud
di vento diventai
e andai con la voce andai
coi capelli andai lungo sentieri di tornadi
e andai con il cuore andai
fino a che trovai la piana dei cavalli bradi
scalpitai
scartai
m'impennai
scalciai
galoppai
saltai
m'involai

venerdì 12 febbraio 2010

Poesia?

Ho sempre amato la poesia, anche da bambina.
Scrivevo i miei versi in rima, poi qualcuno li leggeva e mi chiamava poetessa.

Crescendo i miei componimenti li ho tenuti nascosti, erano il mio tesoro privato.

Finché, un giorno, ho trovato il coraggio di condividerli.

Non vorrei peccare di presunzione, chiamandoli "poesie". Ma cos'è la poesia, se non questa?

Una sensazione improvvisa che accarezza, sfiora la memoria, si posa sul cuore.

Poi si insinua nei pensieri, e nella mente rimbalza e riecheggia.

Prende la forma di parole, che si ripetono. Eco di emozioni in cerca di risposta.
Eccola, arriva. E allora scrivo.

Come betulle, al vento





Oggi vi propongo "Come betulle, al vento".

Questa poesia mi è valsa la "Menzione d'onore" nel concorso Onda d'Arte 2008, promosso e organizzato dalla Pro Loco di Ceriale. E con essa mi ha regalato una serata emozionante, che certamente non dimenticherò facilmente... oltre ad un week end omaggio in riviera, del quale però non sono riuscita ad usufruire. Una bella soddisfazione comunque!

Amo la betulla perché è una pianta che, a dispetto della sua figura esile, è in effetti molto tenace e resistente... un po' come i sentimenti.
E amo il vento, che mi ricorda la mia infanzia e adolescenza, il mio mare...
Il vento è un alito del cielo, ma anche il fiato dell'anima. Un'aria dolce e al tempo stesso prepotente, capace di scuotere i cuori con la sua passione.

Il cielo respirava
un canto mite, lento
nel grigio non più immoto
di un tenero tiepido mattino.

Soffiava piano, carezze lievi
su frotte di spighe ripiene di sole;
e mormorava, voce infantile
fra gracili betulle stonate
sul canto allegro dei fringuelli.

Così vibravano, al vento
sui fusti sottili e chiari
le folte chiome d’argento:
come i cuori incauti
e speranzosi
che allora avevamo in petto.

Poi prese a piangere, il cielo.
Un sussurro sommesso
insistente.
E pianse a lungo, fino a spargere
anche i suoi ultimi, caldi umori.

Si piegarono, le spighe.
Si quietarono, i rami.
E si sciolsero, col vento
nell’aria umida di pioggia
anche le nostre, brevi
già remote emozioni.

mercoledì 10 febbraio 2010

Vi parlo di Anobii


Oggi voglio parlare di Anobii a chi ancora non lo conosce.

Detto, fatto:
COPIO e INCOLLO un articoletto esplicativo che... (chissà se devo dirlo?! Ma sì, lo dico...) ho scritto io!

http://www.articoli-gratis.it/2010/01/la-libreria-virtuale-di-anobii-che-bella-scoperta/


La libreria virtuale di Anobii: che bella scoperta!

Anobii è una rete sociale in internet (Internet Social Network) dedicata ai libri e agli amanti della lettura che, come si legge in Wikipedia, deve il suo nome all’Anobium punctatum (“il tarlo della carta”).
La registrazione al portale è molto semplice, intuitiva, assolutamente gratuita.
Ogni utente iscritto ha a sua disposizione una libreria virtuale in cui catalogare (semplicemente inserendone il codice ISBN o il titolo) i libri già letti, quelli in lettura, quelli che desidera leggere in futuro. La libreria potrà essere visionata dagli altri “anobiani” che, a loro volta, metteranno la propria a completa disposizione di chiunque voglia visitarla.
A lettura terminata, accanto al titolo inserito l’utente potrà apporre la sua votazione del libro (da 1 a 5 stelle) oltre che, se lo desidera, redigerne una recensione più o meno completa. O semplicemente inserire un’annotazione personale (per esempio una frase che lo ha colpito particolarmente, o una sensazione che ha reso speciale quella lettura ).
Ma oltre che un pratico ed efficiente “taccuino”, davvero utile per chi legge molto e desidera tenere a mente il più possibile il frutto delle sue letture Anobii è anche, e soprattutto, un punto di incontro e confronto fra migliaia di persone con gusti ed interessi simili.
In questo incontro/confronto, l’utente è aiutato dal calcolo automatico della “compatibilità” fra le letture dei diversi utenti. Calcolo che consente ad ognuno di individuare facilmente chi ha gusti simili ai propri, e di interagirvi. Diventare utente anobiano risulta comunque, di solito, uno stimolo ad avventurarsi anche verso la conoscenza di nuovi autori e titoli, più o meno noti al grande pubblico.
Proprio per questo oltre agli accaniti lettori, anche gli autori “in erba” (non sempre in senso anagrafico, si intende) possono trarre grande beneficio in termini di visibilità dalla loro adesione alla Web Community.
In proposito vorrei segnalare la possibilità, per tutti gli iscritti, di “leggere gratis” i libri che più sembrano confacenti ai propri gusti letterari aderendo alle “catene di lettura” proposte dai diversi gruppi.
Molti autori esordienti infatti, pur di farsi conoscere e di valutare l’impatto delle loro opere sui lettori, mettono a disposizione gratuitamente i propri libri che, di mano in mano (al solo costo di una spedizione postale, pari a soli 1,28 € con la tariffa Piego di Libri), percorrono la penisola in lungo e in largo allo scopo di farsi leggere. La catena si chiude quando l’ultimo “anello” rispedisce il libro al legittimo proprietario... che lo riceve un po’ sciupato, è vero, ma in compenso corredato di un inestimabile bagaglio di pensieri, critiche, consigli.
E, ve lo assicuro, ci sono autori ancora poco noti o del tutto sconosciuti (perché magari hanno pubblicato con piccole case editrici non in grado di supportarli con una promozione adeguata) in grado di riservare delle vere sorprese!
Tra l’altro le discussioni intavolate dagli utenti anobiani possono essere davvero interessanti, perché la comune passione letteraria è spesso solo un punto d’inizio, in grado di trasformarsi in un “trampolino” per la condivisione di altri interessi, e per lo scambio di opinioni anche su argomenti che esulano la lettura (o la scrittura).
In definitiva, Anobii è a mio parere un Social Network davvero innovativo e interessante, che consente di dire la propria sui libri che si amano o si odiano, e di ascoltare il parere di tanti lettori comuni. Semplici lettori, che vogliono comunicare con i “propri simili” mettendoli a parte dei propri pensieri e delle proprie emozioni, in maniera del tutto spontanea e sincera.
Insomma, una vera miniera di recensioni “pure”, messe nere su bianco per il solo piacere di farlo. E quindi veramente libere... da tutti quei filtri e condizionamenti imposti dalle attività promozionali legate alla grande distribuzione editoriale.
Assolutamente consigliato!