La vita è il mio viaggio. L'amore ne è meta, bagaglio, percorso.



PoesieRacconti

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martedì 5 ottobre 2010

LA META' DI CREDERE, estratto


AZAB

Quel giorno mi apparve diverso, il paesaggio.

Solo silenzio, intorno a me; nella campagna immobile, che trasudava ancora umori di pioggia e vento. Per il violento temporale del giorno prima e la pioggerella senza sosta della notte.
Mi muovevo piano, attento. Continuando a spargere, mio malgrado, pennellate maldestre in un fragile sentiero di fango. Sporcando malamente una tela, incorniciata d’azzurro, che prometteva di essere perfetta; e che invece, purtroppo, sarebbe per sempre rimasta incompiuta.
Come potevo, io, saperlo.
Come avrei potuto, io, evitarlo...
Vedevo l’olmo, in lontananza. Scuro, accanto alla cascina sbiadita dal sole che, già alto all’orizzonte, stillava luce tra i batuffoli polverosi del cielo. E sputava lampi, fulgidi; che, a intermittenza, illudevano i miei occhi col miraggio del luccichìo di un diamante. Laggiù, oltre la riga indelebile tracciata nel grano. Laggiù davanti al pozzo, nel cortile grazioso di giare fiorite.
Giunsi alla staccionata, ai piedi dell’olmo. E lì mi fermai, sul limitare del sentiero, dritto in mezzo al grano, verso la casa di Priscilla. Che troneggiava splendida, nei suoi colori; su una campagna tenue, acquerellata sul Cielo.
Non capii subito, cosa ci facesse lì la volante della polizia.
Ma mi fu chiaro in un attimo quanto stridesse, in quel capolavoro di affresco, quel compatto fasciame di lamiere dipinte; e l’insistente ruotare, noioso, del blu gelido di quella sua lucina.
Lo vidi, in un istante.
E lo stridore si levò in urlo, e con l’urlo sentii i miei timpani impietrirsi, e nel freddo ruvido della pietra ascoltai il mio respiro allungarsi, e tendersi, fino quasi a spezzarsi. Come una fune logora, sempre più sottile.
Intanto l’olmo, impassibile, si stagliava superbo nell’aria grigia, ora irrespirabile.
Sembrava stanco, pur se ostentava il suo solito orgoglio.
Abbassò le palpebre, grevi. Increspò la fronte, grinzosa.
Lo sentii gemere, afflitto. Di un dolore acuto, dilaniante. Insanabile.
L’austero olmo pareva sconfitto.
...
Rassegnato.
.

giovedì 9 settembre 2010

"La metà di credere", estratto

MIRFAK (seconda parte)
.
Ogni mattina, appena sveglio, scelgo un ricordo per la pedalata dell’andata. E cerco un pensiero, che mi accompagni in quella del ritorno.

I ricordi sono i miei preferiti.
E tra questi, il
vissuto più lontano, e segreto, della mia infanzia.
Mi piace, ripercorrere mentalmente quel tempo in questi luoghi. In questi campi, nell’aria immobile del mattino, ci sono odori, colori e rumori che aiutano la memoria. Riaffiorano, intense, immagini sbiadite. E tornano, vivide, lontane emozioni.
A volte, per sbaglio, me lo chiedo.
Cosa sarebbe, la mia vita. Senza i ricordi
.
Impensabile.
Solo una triste, continua ripetizione di confortanti ma infruttuose consuetudini.
Movimenti energici, programmati. Rapide e prevedibili mosse preparate, di un macilento copione sempre uguale. Su una scena
muta, e silenziosa. Sprofondata nel lento, e quasi inudibile, inesorabile ticchettìo di milioni di istanti. Fugaci e menzogneri.
Su una scena buia, e tetra. Come inabissata, irrimediabilmente, nel ventre capriccioso di un orizzonte frivolo, e impreciso. A tratti abbagliata, ad accecarmi, da un Sole ingannevole e superbo. Che ad ogni alba si accende disinvolto, strappando al cielo il suo mantello scuro. Per poi chinare il capo al tramonto, prima di spegnersi arrossendo; piegandosi, ma con testarda vanagloria, nella sua smentita sconfitta.
Questo, sarebbe. Soltanto questo, la mia povera esistenza.
Invece ho sogni, da vivere mentre dormo. E ricordi, da rievocare mentre vivo.
I ricordi sono qui, nella mia mente. Che respirano leggeri, nella memoria del passato; ed arrancano, con passi faticosi, nel mio insignificante presente.
Cosa sarebbe il mio oggi, senza i ricordi?
Nulla. E mai
.
Ma per fortuna, loro ci sono.

A zittire, per un attimo, l’insopportabile ticchettìo.

A bloccare, per un po’, le instancabili lancette.

Loro sì che vincono, sul Tempo.
Pochi minuti, giorni o anni. Soffiano rapidi, nei ricordi; eppure appaiono lenti, così dolcemente scanditi. In un tic.
Emozioni impalpabili, appena sfiorate. Nei ricordi solidificano in curve voluttuose che, sapientemente forgiate, si impossessano di una forma tangibile, perfetta. In un tac.
Ho una sola ricchezza, e sono i miei ricordi.
Il mio passato.
La mia memoria.
.

mercoledì 8 settembre 2010

Estratto di "La metà di credere"

MIRFAK (prima parte)
.
L’alba è spuntata da poco.
E il gallo ha già cantato, tre volte.


Il pullman dei pendolari è già sfrecciato sotto casa, facendo stridere le gomme sull’asfalto. E sollevando un polverone nel tratto sterrato, dopo la curva. In ritardo, come sempre.
Mentre anche oggi il nero del caffè traboccava, ribollendo, dalla mia caffettiera sbigottita. Per allagare come al solito i miei poveri fornelli, e colorare la casa col suo aroma. Amaro, ma amichevole.
Sono già in strada, con i miei piedi lunghi e pesanti, a marchiare veloci il pulviscolo planato sull’asfalto. Ignorando il sonno, lento; che indosso sempre, come un fardello. Carico greve, che mal sopporto; nelle gambe, e nelle braccia.
Sono già stanco, al mattino. E tuttavia scattante, e preparato, al giornaliero arduo confronto.
Non ha tregua la mia rabbia. La notte riposa, accanto a me. Rannicchiata, si fa piccola; e sembra indifesa, come un tenero cucciolo peloso. Falsamente arrendevole mi offre, cortese, un morbido cuscino. Ma non dorme. E nel sonno mi punzecchia, e mi solletica, e bisbiglia al mio orecchio. Mi vuole pronto, agguerrito, accanito.
Una sfida infinita mi aspetta, al mio risveglio.
Un’altra battaglia, disperata e irrazionale; ma indispensabile.
È una lotta assurda, la mia
.
Contro il Tempo, invincibile. Da sempre mio acerrimo, invisibile, onnipresente nemico.

Contro il Tempo, inafferrabile. Tormento liquido, incontenibile.

Contro i Suoi sicari, mutevoli e insospettabili. Sempre spietati, infallibili. Ma quasi impercettibili, così sfumati. Confusi, nella folla delle mie idee, pur rare; e delle mie frequenti, vane intenzioni.

Pochi passi veloci, poi monto in sella, agile. E pedalo, nell’aria umida e frizzante che mi punge gli occhi; costeggiando la roggia, quasi asciutta, che corre parallela alla strada. Come ogni mattina. Come ogni sera.
Sono questi, i momenti più belli della mia giornata. Momenti magici, tutti per me. Per i miei pensieri, per i miei ricordi.
Pensare e pedalare. Pedalare e pensare.
Sono questi, gli unici istanti in cui serenamente posso concentrare tutte le mie energie sul pensiero. E il pensiero può viaggiare, finalmente libero. Senza timore di rubare spazio, prezioso, ad altre occupazioni. Più importanti, lo so.
È più importante, ciò che lascia traccia di sé.
Il mio lavoro è importante. Ogni lavoro lo è.
Invece i miei pensieri corrono, e scorrono; poi sfumano nel nulla, senza che quasi mi accorga di loro. Eppure mi tengono in vita, e forse dopotutto è questa la loro funzione.
...
Quando pedalo so di non dover guardare l’orologio.
Dodici, tredici minuti al massimo. Poi sarò in stazione.

Cinque minuti. Legherò la bicicletta alla rastrelliera, scenderò le scale, comprerò il giornale. Poi salirò i gradini verso il binario, e attenderò il treno.
Il treno è sempre in orario, non aspetto mai più di tre minuti.
Salgo sull’ultima carrozza; è tranquilla, e confortevole. Mi siedo, vicino al finestrino.
Apro il giornale, leggo i titoli principali, qualche volta uno o due articoli. Di più no, non riesco. Solo due fermate, alla mia.

Ripiego il giornale, lo infilo nella tasca del giaccone, mi preparo.
Per scendere.

.

lunedì 25 gennaio 2010

Booktrailer

Benvenuti nel Blog"poetico"
(ma non solo)
di SABRINA CALZIA...
mamma, ingegnere, sognatrice
e autrice di "LA META' DI CREDERE"

C'è una domanda nella vita di Perseo, che attende una risposta.