La vita è il mio viaggio. L'amore ne è meta, bagaglio, percorso.



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lunedì 13 settembre 2010

CASTELLI DI RABBIA, Alessandro Baricco

Accadono cose che sono come domande.
Passa un minuto, oppure anni,
e poi la vita risponde.
.
[...]
Il quarto rintocco.
Ci mise un paio di secondi a sentirlo tutto, dal primo spillo di suono all'ultimo refolo: poi scattò precipitosamente verso casa. Correva gridando una nota sotto il putiferio dell'acquazzone, contro il frastuono di quel putiferio. Non mollò la nota aprendo la porta di casa, e neppure correndo per il corridoio, sbiascicando fango dappertutto e acqua giù dai vestiti, e dai capelli e dall'anima, non la mollò fin che non arrivò nella stanza davanti al suo fortepiano, Pleyel 1808, legno chiaro venato da curve come nuvole, si sedette e incominciò a cercare tra i tasti. Cercava la nota, ovviamente. Si bemolle e poi la e poi di bemolle e poi do e poi do e poi si bemolle. Cercava la nota, nascosta tra tasti bianchi e neri. Dalla mano colava l'acqua del grande acquazzone, partita dall'ultimo dei cieli per lacrimare infine su un tasto d'avorio e scendere a scomparire nella fessura tra un do e un re - meraviglioso destino. Non la trovò. Smise di gridarla. Smise di toccare i tasti. Sentì un rintocco arrivargli, chissà quale. Si alzò di scatto, ripartì di corsa per il corridoio, saltò in strada, nemmeno si fermò questa volta, correva addosso all'acqua e incontro a quel suono che la campana regolarmente gli sparò attraverso un muro d'acqua - l'imperturbabilità senza scampo di una campana - e lui ricominciò a gridare quella nota che non esisteva e virando la sua corsa dentro il fiume in piena dell'acquazzone tornò difilato dentro casa, scivolò nel fango del corridoio fino al Pleyel del 1808, legno chiaro venato da curve come nuvole, e ritmicamente urlando quella nota che non esisteva ritmicamente si mise a percuotere i tasti uno dopo l'altro, per estorcergli quello che proprio non avevano e cioè la nota che non esisteva. Gridava e martellava, si bemolle e poi do e poi si bemolle e poi si bemolle e poi si bemolle, e gridava martellando i tasti con incredulo furore, o chissà magari era meravigliato entusiasmo - d'altronde erano lacrime o gocce di pioggia quelle che gli si squagliavano sul volto? Quando ripartì di corsa lungo il corridoio c'erano ormai sul pavimento abbastanza acqua e fango per farlo arrivare scivolando alla porta, e oltre a quella, scivolando, nella strada, dove di nuovo, ma con il respiro che gli ritmava un tempo tutto particolare, come un orologio impazzito chiuso nella cassa di quella pendola immane che era Quinnipak e il suo campanile, di nuovo alzò lo sguardo nel nulla della notte perché si impigliasse in lui più possibile di quella bolla di suono che regolarmente gli arrivò, giù dal campanile, attraverso i mille specchi dell'acquazzone fino alle orecchie, così che lui la prese, e come uno che portasse un sorso di acqua nel cavo della mano, riscappò verso casa, a dissetare chissà chi, a dissetare se stesso, e questo avrebbe fatto, ma arrivato a metà del corridoio di scoprì la mano svuotata, e cioè la mente vuota e silenziosa – fu un momento – fu forse anche l’intuizione di ciò che stava per succedere – fatto sta che si fermò, nel bel mezzo del corridoio, inchiodò la sua corsa artigliandosi ai muri e ai mobili, per poi voltarsi, come richiamato da una paura improvvisa, e risputarsi fuori dalla casa, oltre la porta fino in mezzo alla strada dove con i piedi persi in una pozza enorme di acqua torbida, si lasciò cadere in ginocchio e stringendosi la testa tra le mani chiuse gli occhi e pensò “adesso, proprio adesso” e mormorò “oppure mai più”.
Stava lì, come una candela accesa in un granaio che brucia.
Sepolto da un mare di suoni liquidi e notturni aspettava una rotonda nota di bronzo.
Un piccolo meccanismo scattò nel cuore dell’orologio del campanile di Quinnipak.
La lancetta più lunga si spostò avanti di un minuto.
In mezzo a un mare di suoni liquidi e notturni scivolò fino a Pekisch una rotonda bolla di silenzio. Sfiorandolo si ruppe, macchiando di silenzio il gran frastuono dell’infinito temporale.
[...]

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